Perché in Italia il carburante costa così tanto

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Spesso ci si chiede perché il prezzo del carburante è in continua ascesa, o perché il “nostro” carburante è più caro di quello di altri paesi europei.  In realtà Le ragioni sono molteplici e tutte influiscono sul prezzo finale.

Non volendo considerare il fatto di essere paese per lo più importatore di carburante, che in realtà “appesantisce” e di molto il prezzo di vendita, il  sovrappiù rispetto alla media europea deriva da:

sovradimensionata rete di distribuzione (24 mila benzinai contro 15 mila in Germania e 12 mila in Francia) che si traduce in maggiori costi che si scaricano sul prezzo finale. Infatti i benzinai, essendo tanti hanno un “erogato medio” (ovvero il volume di vendite) più basso rispetto alla media europea e per svolgere in attivo l’attività devono tenere alti i prezzi. In questo senso è stato già fatto qualcosa, infatti, fino a qualche anno fa la rete contava circa 30 mila distributori ma ancora sono troppi e le polemiche in merito a queste riduzioni sono tantissime dal momento che significa aumentare la disoccupazione e dover predisporre degli ammortizzatori fiscali idonei (oltre che costosi). Oltretutto la competenza sul settore spetta alle singole Regioni che spesso hanno frenato l’attuazione degli accordi nazionali di riduzione proprio per ragioni sociali o per debolezza politica.

minore diffusione degli impianti self-service, che fanno risparmiare sul personale (al momento in Italia sono il 40% del totale). Con le associazioni dei consumatori è stato raggiunto l’accordo di aumentarli fino all’80% e si discute anche sulla maggiore diffusione delle “pompe bianche” (distributori senza marchio che possono comprare sul mercato la benzina dalla compagnia che in quel momento la fa pagare meno) e dei distributori presso i supermercati con su il marchio dei supermercati stessi che, per attrarre clienti, potrebbero vendere a prezzi scontati.

componente fiscale.

Il quadro è più o meno questo: il prezzo industriale (ovvero quello al netto delle tasse), della benzina italiana è di 0,040 euro/litro più alto rispetto alla media europea, e il prezzo alla pompa è più alto di 0,032 euro/litro rispetto alla media europea. Sulla benzina la componente fiscale (accise più Iva) grava per il 58% e la componente industriale per il restante 42%. Sul gasolio le proporzioni sono rispettivamente il 51% e il 49%. Il margine lordo per le compagnie e i benzinai è di circa 14 centesimi al litro sulla benzina e 13 sul gasolio.

Le accise sono delle imposte di produzione e vendita che sono state scaricate sui carburanti dal 1935 al 2004 per fronteggiare i costi di varie emergenze e che sarebbero dovute essere cancellate ad emergenza finita. In realtà non sono state mai abolite perché lo stato, avendo perennemente bisogno di soldi, li prende dove è più facile prelevarli ovvero attraverso i carburanti.

Ecco un elenco delle accise che i cittadini italiani ancora pagano:

1,90 lire per la guerra di Abissinia, 1935

14 lire per la crisi di Suez, 1956

10 lire per il disastro del Vajont, 1963

10 lire per l’alluvione di Firenze, 1966

10 lire per il terremoto del Belice, 1968

99 lire per il terremoto del Friuli, 1976

75 lire per il terremoto dell’Irpinia, 1980

205 lire per la missione in Libano, 1983

22 lire per la missione in Bosnia, 1996

39 lire (0,020 euro) per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, 2004

Oltre a queste cause, vi è da considerare una componente definita “incomprimibile” che caratterizza la nostra economia e che viene misurata in 3 centesimi di euro/ litro in più rispetto alla media europea.