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Percorso famiglia. Ecco le allettanti novità.

Sicuramente avrete sentito parlare del piano famiglia che per essere realizzato ha visto la cooperazione di Stato, Conferenza Episcopale e Banche.

Ebbene, passiamo ora ad aggiornarvi su alcuni cambiamenti intervenuti di recente:

Sospensione del mutuo (Fondo solidarietà mutui). Era infatti stata prevista la possibilità per chi aveva un mutuo di sospendere il pagamento delle rate. I requisiti precedenti riguardavano la durata ammissibile della sospensione (max: 1 anno), la categoria di mutuo (mutui per acquisto o ristrutturazione casa che non superino i 150.000 euro), la situazione reddituale (reddito annuo non superiore a 40.000 euro). A fronte di detti requisiti, le banche convenzionate potevano strutturare la loro modalità di adesione (ad es. alcune hanno previsto il rimborso delle sole quote capitale o interesse e non dell'intera rata). Tali opportunità avevano visto l'intesa di Abi ed Associazione dei consumatori. Ed è proprio principalmente grazie alle sollecitazioni di quest'ultima che si è assistito ad un'ulteriore proroga del termine per fare domanda di sospensione mutuo (solitamente prestiti casa). Sono, infatti, state riviste pure le previsioni mutui 2013, in relazione alla crisi economica (un miglioramento delle condizioni di offerta dei prestiti non è sufficiente se non si avviano politiche industriali e del lavoro).

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NUOVO TERMINE DI PROROGA: 31 GENNAIO 2013

REQUISITI ANCORA ATTUALI: Lasso di sospensione- 18 mesi; L'immobile deve fungere da abitazione principale; importo mutuo non oltrepassante 250.000; reddito dell'intestatario non superiore ai 30.000 (nel caso di co-intestatari, valutazione del reddito totale).

NUOVI REQUISITI: Cambiano gli eventi, occorsi nei 3 anni precedenti alla richiesta,  che danno diritto al beneficio. Non più utilizzabile per fronteggiare costi medici ed assistenza sanitaria, per un sopravvenuto aumento della rata variabile o per manutenzione straordinaria dell'immobile. Le banche convenzionate sono obbligate a sospendere l'ammortamento del mutuo, in caso di licenziamento (anche per iniziativa individuale, salvo che non si tratti di giustificato motivo) o di invalidità non inferiore all'80% o morte.

Si ha diritto al rimborso delle spese per interessi. Passato il periodo di sospensione, resta da pagare quota capitale e spread (differenza) creatosi nel tempo per gli interessi (adeguamento delle rate a: Euribor per il variabile, Irs per il fisso)

Fondo nuovi nati: prorogato fino al 2014. Si possono ottenere prestiti personali agevolati fino ai 5000 euro se nel frattempo si ha un nascituro o anche un adottando.

Previsti miglioramenti per il Fondo Casa giovani coppie di precari, il Fondo studenti.

Gli eurobond e le avversioni della Germania tra opportunismi, crisi e prospettive per l'unione monetaria

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Gli "eurobond" per ora sono solo un progetto di cui se ne parla da venti anni ma sarebbero dei Bot emessi dall'Unione Europea (obbligazioni europee) come strumento di tutela comune in grado di alleggerire la pressione dei mercati sui debiti pubblici dei paesi europei; uno strumento che impedirebbe all'aggressività del mercato finanziario di azzannare le nazioni che versano in difficoltà (come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda) e le consentirebbe di finanziarsi pagando un tasso d'interesse più basso proprio poiché gli eurobond verrebbero garantiti da tutta l'Europa (ed in particolare anche da parte degli stati più solidi).

La Germania è avversa agli eurobond perché essi sarebbero emessi ad un tasso di interesse medio europeo, quindi, più alto di quello di mercato praticato per i propri Bond, inoltre, non intende accollarsi una parte degli oneri e dei rischi risalenti dai Paesi europei più indebitati che, tradotto in soldoni, si tratta di un ulteriore onere da sommare al già superiore costo di finanziamento relativo agli eurobond stessi. Otre a queste due componenti negative ve ne sarebbe una terza, il rischio che con gli eurobond si verifichi il cosiddetto "azzardo morale", ovvero il moltiplicarsi di comportamenti opportunistici e rischiosi, che gli stati poco virtuosi potrebbero intraprendere dietro lo scudo delle obbligazioni comuni. Insomma, l'introduzione di qualsiasi forma di debito condiviso rappresenterebbe una sorta di premio per gli stati inadempienti ed un castigo per chi si è comportato secondo le regole.

La Germania, però, nonostante sia ancora un'economia in crescita ed il motore trainante europeo, capace di finanziarsi a costi molto contenuti, deve il suo successo soprattutto all'attivo della bilancia commerciale, quindi, alle esportazioni che per la stragrande maggioranza avvengono all'interno della zona euro. Bisogna precisare che la Germania in assenza di moneta unica avrebbe un "marco" maggiormente valutato, ergo, un volume delle esportazioni inferiori. La crisi dei debiti sovrani degli stati più indebitati sta riversandosi sulle economie reali di tutti gli stati europei e sta peggiorando le prospettive di export della stessa Germania che, anche per questo motivo, fino ad un certo punto può anteporre i propri interessi nazionali di breve periodo al rischio sistemico che si intravede all'orizzonte.

Otre queste considerazioni sulla crisi europea, in prospettiva, ve ne sono altre più gravose.
In ogni crisi c'è sempre chi ci perde ma c'è sempre anche chi ci guadagna. Nel caso della crisi dei debiti sovrani chi ci guadagna sono i gruppi bancari cinesi ed in qualche misura anche quelli americani, meno esposti in titoli di debito europei, che stanno cogliendo l'occasione per acquisire nuovi rami d'attività e/o penetrare, senza difficoltà, i mercati del Vecchio Continente. In tal senso sono favoriti anche dalla nuova normativa prudenziale bancaria europea (Basilea 3) che impone criteri di patrimonializzazione ancora più stringenti: se da una parte i grandi gruppi bancari riusciranno comunque ad adempiere ai nuovi requisiti e a uscire quasi indenni dalle future crisi proprio in virtù delle proprie dimensioni, della diversificazione dei propri prodotti e dagli inquadramenti gestionali della nuova normativa, le piccole banche, invece, proprio perché offrono una gamma di prodotti e attività più limitate, faticheranno a raggiungere i nuovi requisiti patrimoniali e diventeranno facili prede per i gruppi meglio capitalizzati, ovvero le banche d'affari del Nuovo Continente e dell'Estremo Oriente.

Il vero problema dell'Europa è che, per la prima volta nella storia, ad una unione monetaria non si è anche contemporaneamente verificata una unione fiscale. L'eurozona è una unione "zoppa" perché un qualsivoglia intervento in campo economico non può contare su entrambi gli strumenti di politica monetaria e gli strumenti di politica fiscale. Per quanto riguarda questi ultimi, ogni nazione europea ha margini talmente ampi per recepire le norme europee da rendere blando il processo di convergenza fiscale tra i vari stati.
In caso di "shock asimmetrici", cioè a delle crisi economiche che colpiscano un solo paese o una sola area geografica, non abbiamo le leve adeguate che permetterebbero di risolvere le crisi, infatti, dato che in un'area valutaria comune manca la possibilità di usare la svalutazione del cambio (strumento che normalmente permette di riportare alla crescita aumentando le esportazioni e abbassando contemporaneamente le importazioni divenute più care), occorrerebbero altre condizioni per riassorbire la crisi, come la mobilità del lavoro e una politica fiscale comune, entrambi assenti nell'unione monetaria dell'euro, e presenti invece negli USA.

Gli stati europei tutti non hanno il coraggio o l'interesse o la voglia di confederarsi (come ad esempio è avvenuto negli Stati Uniti) per creare una unica grande nazione europea e questo ci costa (e pure troppo).
Il debito giapponese supera il 200% del PIL, quello Usa il 100%, eppure questi paesi non hanno subito la stessa nostra perdita di fiducia né gli stessi attacchi speculativi, perché Giappone e Usa hanno una banca centrale che può acquistare titoli direttamente dallo Stato, stampando dollari o yen, nel caso in cui i mercati si rifiutino di farlo. Ciò consente di mantenere forti disavanzi facendo politiche fiscali espansive per sostenere l'economia in tempi di crisi, senza incorrere in grossi problemi immediati di sfiducia dei mercati e insostenibilità del debito (ovviamente il problema da controllare resterebbe il fenomeno dell'inflazione).

Le uniche vere strade per uscire dalla crisi sono due: uscire dall'euro o integrarsi politicamente e fiscalmente.

Nel primo caso, la ristrutturazione dei debiti sovrani, o anche un default, consentirebbe in linea teorica una più veloce ripresa dell'economia grazie alla svalutazione, come successo in Argentina. Però, il primo accenno di uscita dall'euro da parte di un paese dell'unione innescherebbe una corsa devastante agli sportelli delle banche, in quanto, i depositanti si precipiterebbero per evitare la svalutazione spostando i propri fondi in investimenti-rifugio più sicuri.
In tal caso i governi dovrebbero agire di sorpresa, bloccando o limitando i prelievi in via preventiva, e poi svalutare tornando alla moneta nazionale senza scatenare la corsa. Ad ogni modo, il debito esterno di tali paesi continuerebbe a essere denominato in euro, quindi, il peso di quel debito aumenterebbe rispetto alla valuta locale svalutata: in caso di uscita dall'euro il debito dovrebbe certamente subire una rinegoziazione, cioè una parte non restituita e il resto restituito in tempi più lunghi, generando comunque sfiducia e tempi di degenza per l'economia abbastanza lunghi.

Nel secondo caso - la strada verso l'integrazione politico-fiscale - bisogna procedere in maniera più decisa verso un' integrazione tra i paesi europei, una delle classiche condizioni necessarie a far funzionare un'unione monetaria. Tramite gli eurobond si velocizzerebbe tale integrazione: i governi avrebbero accesso a risorse sufficienti, e a tassi di interesse contenuti, per rimettere in ordine le finanze pubbliche senza essere esposti ad attacchi speculativi di breve termine e, contemporaneamente, avrebbero margini sufficienti per eventuali ristrutturazioni del debito.
Nel seguire questa strada, però, dovrebbero essere affrontati anche i problemi strutturali, connessi alla competitività tedesca e al suo modello di crescita basato sulle esportazioni. La Germania dovrebbe abbandonare, almeno parzialmente, le politiche fiscali e salariali restrittive, in modo che la sua economia perda un po' di competitività e basi il proprio modello di crescita non solo sulle esportazioni, ma anche sul rilancio della domanda interna.

Istat: inflazione stabile e benzina record, +20,8%

carrello spesa inflazioneL’Istat ha rilevato che il tasso di inflazione ad aprile è restato stabile al 3,3%, cioè lo stesso valore di marzo e febbraio. L’aumento dei prezzi su base mensile è calcolato sullo 0,5%.
L'inflazione acquisita per il 2012 è così pari al 2,7%.
Sempre l’Istat ha fatto sapere che l'inflazione di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, resta al 2,3%, mentre la stabilizzazione della stessa, ad aprile, è la conseguenza della stazionarietà al 4,2% del tasso di crescita tendenziale dei prezzi dei beni, associato ad un lieve rallentamento di quello dei servizi (2,2% dal 2,3% del mese precedente).

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Art. 18 e licenziamenti per motivi economici: cade onere prova per i lavoratori

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3 Aprile – Il governo sembrerebbe intenzionato a venire incontro (anche se solo in parte) alle pressioni della Cgil che vorrebbe fosse reintrodotto il reintegro del lavoratore licenziato per motivi economici.

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Il pagamento dell’Imu verrà calcolato sulle aliquote di base, la stangata a settembre

La-Nuova-ImuIl recente subemendamento effettuato dai relatori Antonio Azzollini (Pdl) e Mario Baldassarri (Terzo Polo), all’emendamento fatto dal governo sul decreto legge per le semplificazioni fiscali, prevede che: Per l’anno 2012 il pagamento della prima rata dell’imposta municipale propria è effettuato, senza applicazione di sanzioni ed interessi, in misura pari al 50% dell’importo ottenuto applicando le aliquote di base e la detrazione previste”, mentre la seconda rata verrà “versata a saldo dell’imposta complessivamente dovuta per l’intero anno con conguaglio sulla prima rata”.

Perciò il governo entro il 31 luglio 2012 si occuperà nell'assicurare il provento previsto basandosi sulla base del gettito della prima rata alla modifica delle aliquote e della detrazione. Solo dopo questa data, ma entro il 30 settembre 2012, i Comuni italiani, utillizando i nuovi dati aggiornati, dovranno decidere quali saranno le normative da impiegare sulle aliquote.

Questa nuovo espediente, il cui via definitivo da parte delle commissioni Bilancio e Finanze del Senato al decreto semplificazioni tributarie è previsto entro martedì mattina, è stato ideato per trovare una soluzione all’allarme lanciato domenica scorsa dalla Consulta nazionale dei Centri di Assistenza Fiscale. 

I primi 10 ricconi d’Italia possiedono quanto 3 milioni di italiani poveri

ricchezza e povertà

Da uno studio pubblicato negli Occasional papers di Bankitalia è emerso che le 10 persone più ricche d’Italia posseggono l’equivalente di ciò che possiedono i 3 milioni di italiani più poveri. Tale studio ha analizzato l’evoluzione della ricchezza e la sperequazione distributiva della stessa.

Dall’indagine emerge anche che l'Italia può ancora essere considerato un paese piuttosto ricco, ma la ricchezza posseduta dagli italiani deriva, più che in passato, dal patrimonio accumulato piuttosto che dal reddito.

Un altro elemento importante, emerso dallo studio di Bankitalia, è che oggi, al contrario che in passato, gli anziani sono più ricchi dei giovani poiché questi ultimi non riescono ad accumulare ricchezze.

Costo della vita in Italia, si vive dignitosamente con 2.523 euro al mese

famiglia Italia

L'Eurispes ha stimato  che, mediamente, il costo mensile per i beni essenziali di un nucleo famiglia tipo di quattro persone (due adulti e due bambini) e "che risparmia su tutto ma non fa mancare nulla ai figli e conduce un'esistenza quasi spartana ma dignitosa", è di 30.276 euro l'anno, ovvero, di 2.523 euro al mese.

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Italia in nero, 540 miliardi di euro solo nel 2011

economia sommersa

Nel rapporto “L'Italia in nero” di Eurispes e Istituto San Pio V, è stato stimato che l'economia sommersa in Italia nel 2010 è stata di 529 miliardi di euro e per il 2011 di 540 miliardi. In rapporto al Pil ufficiale si parla del 35%. Secondo i calcoli dell'Eurispes, "il nostro sommerso equivale ai Pil di Finlandia (177 miliardi), Portogallo (162 miliardi), Romania (117 miliardi) e Ungheria (102) messi insieme".

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